16 Apr

Scenografia, il mondo artificiale degli spazi

Grecia. Circa nel 450 a.C. Agatarco di Samo inventa le scene teatrali. Palco rettangolare, sfondi e pareti di pietra da cui entravano ed uscivano i personaggi.

Anche i teatri romani erano caratterizzati da scenografie di pietra, a tre piani.

Atene teatro greco

Nel Medioevo invece, le compagnie teatrali non avevano edifici stabili in cui esibirsi e di conseguenza la scenografia veniva ricostruita e allestita di volta in volta. Di solito erano costituite da una parte della piazza in cui andava in scena lo spettacolo e da un fondale dipinto.

La scenografia in senso moderno nasce con il Rinascimento e con la scoperta della prospettiva, che ha permesso di rappresentare la profondità e la bidimensionalità dello spazio.

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Nel teatro del XIV secolo la scenografia permette alla rappresentazione scenica di materializzarsi. Gordon Craig e Adolphe Appia rappresentano coloro che hanno contribuito a dare molta importanza all’illuminazione per sottolineare i volumi di scena.


 

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Nel cinema invece, inizialmente (fine ‘800, inizi ‘900) si usavano scenografie artificiali ma molto realistiche, spesso dipinte su teloni che formavano la scena. Con Mèliés questi dipinti assunsero toni sempre più reali. Con gli anni e con l’arrivo del cinema neorealista, i registi hanno optato sempre di più per scenografie naturali per donare un maggiore realismo al film e permettere allo spettatore di identificarsi meglio nella storia.

Così, partendo dal cinema muto e dai suoi fondali dipinti, la figura dello scenografo si è evoluta nel tempo. Dei primi anni del ‘900 ricordiamo l’importanza di Camillo Innocenti (Quo Vadis?) e gli apporti di Luigi Romano Borgnetto a kolossal come Cabiria di Pastrone. Sempre degli stessi anni ma decisamente caratterizzato da uno stile minimale, ricordiamo l’apporto di Alfredo Manzi (Assunta Spina).

Degli anni ’20, nel periodo dei cosiddetti “telefoni bianchi”, da ricordare è il look raffinato di Guido Fiorini. Del periodo Neorealista da citare sicuramente Virgilio Marchi (La corona di ferro, Umberto D, Stazione Termini, L’oro di Napoli).

Nel dopoguerra, partendo da dati realistici, gli scenografi sviluppano una corrente che sarà punto di riferimento anche per l’estero. L’ambientazione, influenzata dal naturalismo ottocentesco, seguirà così  le vicende drammatiche narrate (Le notti bianche, Una vita difficile, Il giardino dei Finzi Contini).

Ricordiamo ancora: Lino Fiorito, scenografo di P. Sorrentino (Il divo, L’uomo in più); Danilo Donati (La grande guerra, Amarcord, Satyricon, Salò...), Luigi Scaccianoce, Piero Gherardi, Ferdinando Scarfiotti (Morte a Venezia, Ultimo tango a Parigi, American Gigolò, Scarface, L’ultimo imperatore), Dante Ferretti (Medea, Il Decameron, Ginger e Fred, Il nome della rosa, Intervista col Vampiro, Vi presento Joe Black, Gangs of New York, The Aviator, The black Dahlia, Sweeney Todd, Shutter Island, Hugo Cabret, Cenerentola…)

Con lo sviluppo delle tecnologie, l’utilizzo sempre maggiore di computer grafica ha modificato ulteriormente il mondo della scenografia cinematografica. Sempre più spesso si ricorre alla ricostruzione digitale delle scene, dei paesaggi e delle ambientazioni1.


 
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Dante Ferretti (premio Oscar) in un’intervista2 afferma: “noi scenografi siamo architetti delle bugie”.

Ma chi è oggi l’architetto scenografo?

E’ un libero professionista che collabora con aziende televisive, case di produzione cinematografiche, teatri stabili e compagnie teatrali. Si tratta generalmente di un lavoro a tempo determinato. Nella fase di pre-produzione (che si tratti di teatro, cinema o tv) questa figura è fondamentale. In costante rapporto con il regista e lo sceneggiatore, è il punto di riferimento anche per il direttore della fotografia nel cinema, e per il direttore di palcoscenico nel teatro.

Chi si occupa di scenografia oggi in Italia lamenta la mancanza di lavori interessanti: c’è infatti la tendenza, per ragioni economiche, ad allestimenti sempre più sobri e scarni. Il campo televisivo e quello pubblicitario sono più stimolanti3.

Partendo dal presupposto che sia in campo teatrale, televisivo e cinematografico ricreare gli ambienti richiede la conoscenza approfondita delle caratteristiche dei vari materiali utilizzati, vediamo da subito che teatro tv e cinema hanno “esigenze” diverse.

Soffermandoci soprattutto sull’analisi del mondo “virtuale” tipici di cinema e tv, notiamo immediatamente che in televisione il lavoro dello scenografo si relaziona con la telegenicità, mentre nel cinema l’obiettivo principale è in genere evocare nello spettatore sensazioni che a volte possono anche essere subliminali4.


Ponendo attenzione sugli impianti  scenici di alcuni programmi tv, notiamo come, non solo a teatro e al cinema, le scenografie possano essere di qualità. E sicuramente, in campo televisivo proprio perché non si è generalmente vincolati alla ricostruzione storica degli ambienti, si parla maggiormente di novità, innovazione o design.

Spesso ci troviamo di fronte a spazi dove vengono sperimentate luci, colori, forme e dove l’aspetto estetico si fonde con quello funzionale. Lo scenografo televisivo deve prevedere spazi per il pubblico ed i presentatori, spazi per gli operatori di riprese e spazi dedicati al posizionamento delle luci (spesso mimetizzate agli arredi).

Funzionali ed estetici, gli elementi tecnologici sono generalmente abbondanti anche se il telespettatore ne coglie solo una parte. Il passaggio in video altera alcune caratteristiche: i volumi di appiattiscono, i colori cambiano e spesso il progetto scenografico risulta diverso dalla realtà. Progettare uno spazio articolato nei volumi e nei trattamenti materici permetterà anche al Direttore della Fotografia di ottenere più effetti a seconda dei vari momenti della messa in onda5.

Per L’Eredità (Cappellini , Licheni) e LIsola dei Famosi (S. Aldinio – Raidue) è stata usata una resina per pavimenti che ha permesso di ottenere notevoli risultati estetici. Nel L’Isola dei Famosi la decorazione di resina della pedana palcoscenico rialzata è stata coperta da lastre di policarbonato trasparente in modo ricordare l’acqua del mare caraibico. Scelta che ha permesso alla fotografia di intervenire successivamente retro illuminando le lastre di resina.

Allestimenti di design, che puntano alla sperimentazione di materiali, scelte cromatiche e luci, magari anche complessi, devono fare i conti sia con le scelte di autori e registi che con i tempi televisivi. Non è raro che queste scenografie trovino sbocchi anche al di fuori del contesto televisivo. E’ un esempio la poltrona disegnata dalla scenografa Emanuela Zitkowsky per una trasmissione di La Sette, che è stata poi messa in produzione e presentata alla Fiera del mobile di Milano.


La costruzione cinematografica di un set usa elementi d’arredo ed eventualmente di design per rendere visivamente coerente l’ambiente alla storia raccontata.

Il “set design” non deve prevaricare sulla storia, deve essere un valore aggiunto. Ad esempio, in Odissea nello spazio (S. Kubrick, 1968) le rosse poltrone Djinn, di Olivier Morgue (1965) si integrano negli ampi saloni bianche dell’ambientazione. E anche in Arancia meccanica (S. Kubrick 1971), memorabili sono i tavolini del Korova Milk Bar, modellati su figure femminili ispirati alla pop art di Allen Jones.

L’uso dei prodotti di design, serve quindi a sottolineare un particolare significato. L’Aston Martin di James Bond caratterizza il personaggio, così come la poltrona Sacco esalta l’inferiorità dell’imbranato Fracchia verso il suo capo ufficio. In Fight Club (David Fincher 1999) Edward Norton sfoglia ossessivamente il catalogo IKEA dichiarando di esserne diventato schiavo.

Fight club e ikea

Alcuni film invece, aggiungono ad allestimenti assimilabili alla nostra realtà, solo pochi elementi per identificare un genere. Spielberg ambienta A.I. Intel- ligenza Artificiale (2001), in un futuro dove l’ambientazione è simile alla nostra, ma la percezione di fantascienza è data anche solo da pochi oggetti come il “letto capsula”.

Utilizzo simile degli oggetti nel film Il dormiglione (Woody Allen, 1973): in un ambiente pseudo futuristico, accanto alle sedie di Verner Pantom troviamo l’ orologio a pendolo “della nonna”, il tutto ricostruito all’interno della Sculptured House.

Esiste anche un utilizzo del design diverso: nei film Austin Powers (Jay Roach, 1997, 1999 e 2002) esplodono colori, stili ed acconciature tipici degli anni ’70. Ogni oggetto è volutamente protagonista del film, volutamente eccessivo ed appariscente.

In conclusione, l’aspetto di un film non può prescindere dal tipo di design scelto dall’autore.  L’oggetto, così, diventa anch’esso uno dei protagonisti.

1Breve storia della scenografia cinematografica: cosa la distingue da quella teatrale, su www.arteitalianaweb.it
2da un’intervista di Alain Elkann su “La stampa” on line, 04/12/2016
3www.filounioncamere.it
4Paolo Martegani, Scenografia Tv e Cinema, su host.uniroma3.it
5Lucia Nigri, Scenografia Tv e Cinema, su host.uniroma3.it
6Barbara Maio, Scenografia Tv e Cinema, su host.uniroma3.it