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12 Apr

“Tredici” e il tema del bullismo

Trama e curiosità

L’adolescente Clay Jansen, riceve un pacco con delle misteriose cassette.  All’Interno, 13 ragioni per cui Hannah Baker (ex compagna di classe di Clay) si è suicidata. Clay è una di esse.

Tredici (titolo originale Thirteen Reasons Why, del 2007) è tratto dal bestseller di Jay Asher. Nel 2011 gli Universal Studios acquistarono i diritti cinematografici del romanzo. Successivamente, nel 2015, viene annunciato l’adattamento a serie tv per il servizio streaming Netflix. Debutta così sul piccolo schermo il 31 Marzo 2017. Le prime puntate vantano la regia di Tom McCarthy (Il caso Spotlight).

Le tematiche

In primis, il tema del bullismo. Si potrebbe definire una “Teen Drama“, ovvero per ragazzi, ma per molti aspetti è indicato anche agli appassionati di thriller psicologici e (perché porta a ricordare le proprie esperienze di vita negli anni del liceo) anche a quel pubblico di “adulti” che si sente lontano dai drammi adolescenziali…

I personaggi

Fin da subito la serie approfondisce gli aspetti psicologici dei protagonisti adolescenti attraverso un crudo realismo. Tutti i personaggi vengono analizzati nello specifico e inducono lo spettatore a riflettere sul perché delle loro azioni. Attraverso gli occhi di Clay, ad esempio, puntata dopo puntata, si inizia a percepire il disagio subìto da Hannah durante la sua vita scolastica. Si inizia a capire come e quanto sia stata vittima di una fortissima pressione psicologica. Tutto questo senza sconti, senza nessun tipo di concessione, solo attraverso un duro realismo.

I Dialoghi

Hanno un ruolo importante. Mai banali. Ogni dialogo serve ad infittire la trama, a creare suspense e mistero intorno ad alcuni personaggi ed odio crescente intorno ad altri…

La Fotografia

Sin da subito notiamo una prevalenza di luci fredde che crea la giusta atmosfera in relazione ai fatti narrati. Al contrario, nei flashback, l’atmosfera cambia per l’uso di luci molto calde.

Differenze con il libro

Naturalmente per chi non l’ha letto funzionerà ancora meglio l'”effetto sorpresa” e la visione sarà sicuramente mantenuta viva da quel senso di tensione e suspense che caratterizza ogni puntata.

Per chi invece già conosce il libro si potrà rendere conto di alcune variazioni narrative: i profili personaggi nella serie sono più dettagliati ed approfonditi (compresi i rapporti tra protagonisti e loro familiari).

Cambia l’ambientazione: mentre nel libro gli eventi negativi che accadono ad Hannah sono influenzati dalle “voci di corridoio” all’interno della scuola, nella serie lei è vittima del cyberbullismo, di foto e messaggi inviati con i cellulari.

Anche la trama subisce delle modifiche: nel libro la storia si svolge in 24 ore mentre la serie la dilata in più di due settimane.

In generale, la serie opta per scelte narrative più incisive specie per quanto riguarda la reazione delle persone che ascoltano le cassette, ma non solo…diversi i casi in cui la serie rende, con immagini esplicite, ciò che il libro  preferisce solo accennare o comunque lasciare all’immaginazione.

Tredici images

04 Apr

“Dialogo di ferro, voci di velluto” – Introduzione al doppiaggio

Doppiatori

I doppiatori sono degli attori che in fase di montaggio prestano la propria voce.

In apparenza è una semplice sostituzione di voci. Ma cos’è in realtà il Doppiaggio? Cosa si nasconde dietro quest’arte, dietro questo mestiere?

Doppiare significa sommare più professionalità: dall’adattatore dei dialoghi al direttore di doppiaggio fino ai veri e propri doppiatori. Mentre al primo è affidata l’intera costruzione dell’intelaiatura e al direttore di doppiaggio l’assegnazione delle voci,  è ai doppiatori che spetta trasformare semplici frasi in emozioni e intenzioni.1

Il dialoghista ha un ruolo decisivo nel dare al film ritmo e musicalità interna. Non si limita solo alla traduzione, il suo è un lavoro creativo. Non solo deve conoscere perfettamente la lingua straniera del copione da tradurre ma deve anche avere una sensibilità artistica particolare perché l’adattamento non si limita alla meccanica sostituzione di una parola con un’altra. Smembrare, ricomporre, calcolare le lunghezze, le labiali, le pause, sono anche questi gli aspetti con i quali il dialoghista deve fare i conti.

Chiaramente, con l’adattamento cinematografico può aumentare il rischio di alterare il senso dell’originale. Ma non sempre. Prendiamo il caso di Frankestein Junior (Mel Brooks 1974) che diventa un cult in Italia proprio grazie al doppiaggio.

Fu Mario Maldesi, direttore di doppiaggio e dialoghista, a intuire che le potenzialità comiche del film di Brooks rischiavano di vanificarsi nel passaggio dal testo originale a quello italiano. Ad esempio, prendiamo in esame la scena indimenticabile del “lupo ululà, castello ululì”.

In inglese si basa su un gioco di parole che in italiano sarebbe stato intraducibile: Inga domanda «Where wolves?» ma viene fraintesa dal dottore che capisce «Werewolves?» ovvero licantropi. Così il dottore si spaventa e chiede a Igor: «Werewolves?». In quel momento Igor, che interpreta il “Where wolves” come un modo strano di parlare, risponde: «There». «What?», dice il professore che non capisce cosa stia dicendo Igor. «There Wolves! There Castle!».

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In inglese, quindi, è un gioco di parole non particolarmente esilarante. Maldesi, invece, reinterpretando l’originale, trasforma il dialogo in un’ indimenticabile e vera e propria perla di comicità.

La sintonia con il pubblico è naturalmente data anche dai doppiatori, apporto che si rivela fondamentale. Nel periodo d’oro le voci di Cigoli, Lattanzi, Panicali, De Angelis, Gazzolo, Amendola… hanno reso più intensa la credibilità e veridicità dei personaggi a cui hanno dato voce creando un’infinità varietà di sonorità: voci calde, stridule, sensuali, gentili e così via. Senza dimenticarci di quegli stereotipi recitativi che donavano al doppiaggio quel “qualcosa in più”come poteva essere una particolare risata in un western o un’inquietante intonazione in un horror.2

1 A.CASTELLANO, Il doppiaggio, a cura di, AIDAC, Roma, 2000.
2 Ivi

Doppiatori Ferruccio_Amendola_1985     Doppiatori Nicholson-giannini     Doppiatori Lionello_Allen

 

 

 

28 Mar

Street casting per l’ultimo film di Konchalovskij

Konchalovskij

In questi giorni la Scuola Nazionale di Cinema Indipendente sta ospitando la produzione dell’ultimo film di Andrej Končalovskij per la selezione, tramite uno STREET CASTING, di protagonisti e comparse.

Il film è ambientato negli anni  in cui l’artista Michelangelo Buonarroti, su incarico del Vaticano, si stabilì a Carrara per supervisionare all’estrazione e al trasporto del marmo utilizzato per realizzazione le sue principali opere.

Per questo, la scelta degli attori mira alla ricerca di volti tipici come quelli dei cavatori, segnati dalla fatica e caratterizzati da lineamenti molto marcati. L’ufficio stampa della produzione infatti ha affermato: “C’è l’intenzione di coinvolgere gli abitanti dei luoghi dove si faranno le riprese”.

Non solo Carrara. Le riprese verranno effettuate in tutta la Toscana. L’inizio della lavorazione del film è  previsto in estate inoltrata.

Per chi fosse interessato inviare foto e contatti a castingilpeccatofilm@gmail.com

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BREVI CENNI (per i giovanissimi…) SUL REGISTA DEL FILM.

Autore teatrale e cinematografico. Stile essenziale. Profonde ricerche psicologiche. Film impegnati e un passato hollywoodiano risalente agli anni ’80. Nel suo cinema le azioni sono sempre connesse ad un ideale di giustizia.

E’ Andrej Konchalovsky.

Giustizia. Ideale presente già nelle prime opere come La felicità di Asia (girato nel ’66 ma uscirà solo nell’88), in contrapposizione con il potere russo, e negli “hollywoodiani” Maria’s Lovers, A 30 secondi dalla fine e nei I dissidenti.

Il ritorno alla origini, alla Patria, avviene nel 1992, con Il proiezionista. Forte denuncia ed una profonda riflessione sul rapporto potere-arte. Riflessioni e sapori più meditativi e nostalgici si riscontrano anche nei lavori successivi, raggiungendo i massimi livelli con The Postman’s White Nights (Leone d’Argento a Venezia 2014).

Tra i suoi film più conosciuti ricordiamo pellicole internazionali come Zio Vanja, tratto dall’omonimo dramma di Cechov, considerato una delle migliori opere russe mai realizzate e La casa dei matti (Leone d’Argento, Venezia 2002). Quest’ultimo, di co-produzione franco-russa, narra la storia vera di un ospedale psichiatrico situato tra il confine tra Russia e Cecenia.

Vince il 3° Leone d’Argento a Venezia con Paradise. Stile particolare, come l’uso del bianco e nero e la scelta del formato 4:3, la quasi totale assenza della colonna sonora e l’uso di inquadrature fisse.

 

FILMOGRAFIA PREMI E RICONOSCIMENTI

Split Cherry Tree (1983) – Cortometraggio

Il primo maestro (1965)
La storia di Asja Kljacina che amò senza sposarsi (1966)
Nido di gentiluomini (1969)
Zio Vanja (1970)
La romanza degli innamorati (1974)
Siberiade (1980)
Maria’s Lovers (1984)
A 30 secondi dalla fine (1985)
Duet for One (1986)
I diffidenti (1987)
Homer & Eddie (1989)
Tango & Cash (1989)
Il proiezionista (1991)
Asja e la gallina dalle uova d’oro (1994)
Lumière and Company, co-regia con altri 39 registi (1995) – Documentario
L’Odissea (1997)
Dom Durakov – La casa dei matti (2002)
The Lion in Winter – Nel regno del crimine (2003)
Dans le Noir, episodio di Chacun son cinéma (2007)
Gloss  (2007)
Lo Schiaccianoci in 3D (2010)
The Postman’s White Nights (2014)
Paradise (2016)
PREMIO OSCAR
1983 – Nomination miglior cortometraggio per Split Cherry Tree
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA
1966 – Nomination Leone d’Oro per Il primo maestro
2002 – Nomination Leone d’Oro per Dom Durakov – La casa dei matti
2002 – Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria per Dom Durakov – La casa dei matti
2014 – Nomination Leone d’Oro per The Postman’s White Nights
2014 – Leone d’Argento alla miglior regia per The Postman’s White Nights
2016 – Nomination Leone d’Oro per Paradise
2016 – Leone d’Argento alla miglior regia per Paradise (ex aequo con con Amat Escalante per La Region Salvaje)
FESTIVAL DI CANNES
1979 – Nomination Palma d’Oro per SIberiade
1979 – Gran Prix Speciale della Giuria per Siberiade
1987 – Nomination Palma d’Oro per I diffidenti
1994 – Nomination Palma d’Oro per Asja e la gallina dalle uova d’oro
FESTIVAL DI BERLINO
1992 – Nomination Orso d’Oro per Il proiezionista
PREMIO CESAR
1985 – Nomination miglior film straniero per Maria’s Lovers (Stati Uniti)

 

 

 

24 Mar

Non esistono più gli Eroi di una volta…

Il western

Il western. Provoca nostalgia ad un pubblico di una certa generazione. E’ solo un genere “demodè” per i più giovani.

Ma chi è (era) l’eroe western? Quali sono i punti di forza di un genere che non solo ha influenzato la storia del cinema ma anche la visione di una Nazione, quella americana, che in questi film mette in mostra le sue origini, i suoi valori e le sue contraddizioni?

Iniziamo brevemente dai personaggi. Il protagonista di una storia rappresenta il motore fisico della narrazione. E’ il responsabile delle azioni e degli eventi che ne conseguono. Tutto questo porta ad un evolversi delle emozioni e delle situazioni. Il protagonista segue un certo tipo di percorso con l’obiettivo di far appassionare lo spettatore.

Nei film western viene mostrata la nascita di una Nazione e la sua inesorabile espansione  verso Ovest. Luoghi selvaggi, “creature demoniache” (gli indiani), una natura indomabile e pericoli insormontabili rappresentano lo spazio in cui si muove il protagonista, un uomo solitario che incarna un semidio, che affronta e cambia gli eventi  riuscendo ad ammansire una Natura imprevedibile.

Film western -americani-e-italiani

Non a caso Bazin definì il western un genere epico “per la condizione umana dei suoi eroi. […] Al carattere dell’eroe corrisponde uno stile di rappresentazione in cui la trasposizione epica manifesta […] la sua predilezione per i vasti orizzonti, le vedute d’insieme, che ricordano sempre la proporzione fra l’Uomo e la Natura”1. Questo sottolinea come i personaggi, che incarnano il mito della comunità originaria, attraverso le loro azioni plasmino un ambiente da domare.2

L’eroe western si trova ad affrontare situazioni in cui lo spettatore può identificarsi: il problema del progresso (superamento delle frontiere), quello dell’onore (legato ai rapporti sociali) piuttosto che quelli della giustizia o della violenza incluso il problema di “cosa significhi essere uomo come invecchiata vittima del progresso”.

L’eroe diventa così la personificazione del bene. Indossa abiti bianchi, cavalca un cavallo bianco ed è sempre dalla parte della giustizia senza trarne un guadagno personale. Queste caratteristiche prendono il nome di “simbolic clothing“, ovvero abiti simbolici, dove la purezza cromatica è l’allegoria del bene. Di contro non a caso, l’antagonista, il villain, è sempre vestito di nero. E anche i rapporti tra le persone sono così netti e semplici: da una parte sta il Bene, dall’altra il Male.

La mitologia western si lega alla leggenda di Hollywood, la storia del paese è indissolubile dall’immagine riprodotta sullo schermo. Il personaggio è sormontato dal divo che lo interpreta.4 E’ la popolarità dell’attore a dare al personaggio una particolare nostalgia epica, più o meno forte. Il senso del “già visto” legato alla fama dell’attore, “rinforza il senso di un rituale”5 per cui fisico e abilità di questi interpreti hanno contribuito a rafforzare l’iconografia del genere.

Dal secondo dopoguerra in poi l’eroe cambia. L’epopea assume caratteri tragici e l’eroe, di conseguenza, diventa consapevole del fatto che l’epoca dell’età dell’oro sta lasciando spazio a un periodo di introspezione e riflessione. Le gesta epiche delle origini lasciano spazio ad una logica romanzesca: l’eroe mantiene un’integrità morale ma inizia a riflettere. La distinzione tra Bene e Male non è più così netta. Mentre l’epica mirava al compimento di un fine che giustificava l’azione, ora l’eroe è addirittura escluso dalla sua vittoria.

Negli anni Sessanta il genere subisce nuovi notevoli cambiamenti. La narrazione riflette il crepuscolo del mito: l’eroe si umanizza, invecchia ed è solo. Il fulcro della narrazione, ora, si sposta verso tutti quegli individui che sono sempre stati lontani dalla “leggenda”: gli outlaws, i fuorilegge; i cowboy erranti; le prostitute.

Con gli anni Ottanta le produzioni di film western sono sempre più rare. Proposte nostalgiche consapevoli di far parte ormai del passato.

1 A. BAZIN, prefazione a I.L. RIEUPEYROUT, Il western, ovvero il cinema americano per eccellenza (1953), Cappelli, Rocca San Casciano 1957.

2 M.GRANDE, Il western: un’epopea moderna, in R. DE GAETANO (acura di), La visione e il concetto. Scritti in omaggio di Maurizio Grande, Bulzoni, Roma, 1988.
3 L.C. MITCHELL, Westerns. Making the Man in Fiction and Film, The University of Chicago Press, Chicago, 1966.
4 G. FRASCA, C’era una volta il western. Immagini di una nazione, Torino, 2007.
5 P. FRENCH, Westerns, Secker & Warburg, Londra, 1973. 
27 Mag
13 Mag
29 Apr
29 Apr
02 Feb
01 Dic

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