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22 Ago

Scrivere con la luce – Incontro

La fotografia: scrivere con la luce

Sebastian Barbedienne, dell’ azienda K5600 Lighting, mette a disposizione alcune attrezzature per la fotografia durante un incontro con i nostri studenti.

La k5600 Lighting è un’azienda, con sede in Francia e California,  fondata nel 1992 con l’obiettivo di produrre sistemi di illuminazione HMI versatili.

Il premio Oscar Vittorio Storaro per Apocalypse Now, Reds e L’ultimo imperatore la definisce così : “Sono andato all’origine della parola: foto-grafia, letteralmente scrittura con la luce. Chi fa foto-grafia scrive con la luce la storia del film, come il compositore scrive con le note, come lo sceneggiatore scrive con le parole”.

La fotografia di Vittorio-Storaro-1

09 Lug

Open day

Open day  Scuola Nazionale di Cinema Indipendente

Giornata dedicata alla presentazione dei corsi 2019/20

Venerdì 26 Luglio alle ore 15.00, si terrà l’Open day  Scuola Nazionale di Cinema Indipendente.

In questa occasione la scuola presenterà i corsi per l’anno 2019/2020 ed i nostri docenti saranno a disposizione per rispondere ad ogni vostra domanda e potrete inoltre:

  • Conoscere nel dettaglio il programma dei corsi
  • Parlare con i docenti e confrontarti sui tuoi obiettivi
  • Utilizzare le attrezzature in dotazione

L’Open Day è completamente GRATUITO e si svolgerà presso la Scuola Nazionale di Cinema Indipendente nella nuova sede di Via R. Bardazzi, 17 Firenze.

Via Ruggero Bardazzi è una traversa di via Baracca facilmente raggiungibile in auto oppure tramite mezzi pubblici, in autobus prendendo le linee autobus: 17, 19, 30, 31, 23, 35

Ingresso libero su prenotazione

Per qualsiasi info contattare lo 055 480993 oppure info@snci.it

 

Open day Scuola Nazionale di Cinema Indipendente

 

30 Mag

Firenze Filmcorti Fest – 6 edizione

Firenze Filmcorti

Presso Le Murate, a Firenze, si svolgerà la 6° edizione del Firenze Filmcorti Festival.

Inizierà oggi, giovedì 30 maggio e terminerà il 2 giugno con la premiazione dei migliori film in concorso scelti dalla Giuria presieduta dal regista Mimmo Calopresti.

firenze filmcorti

Durante la conferenza stampa del 24 maggio, il Presidente del Festiva, Marino Demata, ha illustrato le novità di questa edizione, tra cui l’istituzione dello Spazio Giovani. E’ in questa sezione che la nostra scuola sarà presente con alcuni cortometraggi realizzati dai nostri allievi. Si tratta di 4 giornate dedicate a giovani registi provenienti dall’Accademia e dalle scuole di cinema, durante le quali potranno mostrare le loro opere al pubblico.

La nostra scuola sarà presente con i seguenti cortometraggi:

Locked, di Leonardo Masi;

The light that unites, di Mironel de Wilde;

Tin story, di Diego Maragno e allievi corso tecnico audio video;

Sideways glance, di Andrea Mango e Caterina Riceci;

Natural needs, di Tommaso Ciampa;

The pendulum clock, di Antonio Serpe.

 

Diverse le storie, diversi i generi e gli stili. Cosa c’è di meglio di un cortometraggio per mettersi in gioco e per riuscire a trasformare in immagini quella grande voglia di raccontare? In fondo…”se può essere scritto o pensato, può essere filmato” (S. Kubrick).

 

 

 

16 Apr

Scenografia, il mondo artificiale degli spazi

La scenografia nel mondo antico

La storia della scenografia ha origini molto antiche. Nasce in Grecia intorno al 450 a.C. quando Agatarco di Samo inventa le scene teatrali. Palco rettangolare, sfondi e pareti di pietra da cui entravano ed uscivano i personaggi.

Anche i teatri romani erano caratterizzati da scenografie di pietra, a tre piani.

Scenografia - Atene teatro greco

La scenografia nel Medioevo e Rinascimento

Nel Medioevo invece, le compagnie teatrali non avevano edifici stabili in cui esibirsi e di conseguenza la scenografia veniva ricostruita e allestita di volta in volta. Di solito erano costituite da una parte della piazza in cui andava in scena lo spettacolo e da un fondale dipinto.

La scenografia in senso moderno nasce con il Rinascimento e con la scoperta della prospettiva, che ha permesso di rappresentare la profondità e la bidimensionalità dello spazio.

La scenografia nel teatro barocco

Nel teatro del XIV secolo la scenografia permette alla rappresentazione scenica di materializzarsi. Gordon Craig e Adolphe Appia rappresentano coloro che hanno contribuito a dare molta importanza all’illuminazione per sottolineare i volumi di scena.


 

La scenografia nel cinema muto

La scenografia nel cinema

Nel cinema invece, inizialmente (fine ‘800, inizi ‘900) si usavano scenografie artificiali ma molto realistiche, spesso dipinte su teloni che formavano la scena. Con Mèliés questi dipinti assunsero toni sempre più reali. Con gli anni e con l’arrivo del cinema neorealista, i registi hanno optato sempre di più per scenografie naturali per donare un maggiore realismo al film e permettere allo spettatore di identificarsi meglio nella storia.

La figura dello scenografo

Così, partendo dal cinema muto e dai suoi fondali dipinti, la figura dello scenografo si è evoluta nel tempo. Dei primi anni del ‘900 ricordiamo l’importanza di Camillo Innocenti (Quo Vadis?) e gli apporti di Luigi Romano Borgnetto a kolossal come Cabiria di Pastrone. Sempre degli stessi anni ma decisamente caratterizzato da uno stile minimale, ricordiamo l’apporto di Alfredo Manzi (Assunta Spina).

Degli anni ’20, nel periodo dei cosiddetti “telefoni bianchi”, da ricordare è il look raffinato di Guido Fiorini. Del periodo Neorealista da citare sicuramente Virgilio Marchi (La corona di ferro, Umberto D, Stazione Termini, L’oro di Napoli).

Nel dopoguerra, partendo da dati realistici, gli scenografi sviluppano una corrente che sarà punto di riferimento anche per l’estero. L’ambientazione, influenzata dal naturalismo ottocentesco, seguirà così  le vicende drammatiche narrate (Le notti bianche, Una vita difficile, Il giardino dei Finzi Contini).

Ricordiamo ancora: Lino Fiorito, scenografo di P. Sorrentino (Il divo, L’uomo in più); Danilo Donati (La grande guerra, Amarcord, Satyricon, Salò...), Luigi Scaccianoce, Piero Gherardi, Ferdinando Scarfiotti (Morte a Venezia, Ultimo tango a Parigi, American Gigolò, Scarface, L’ultimo imperatore), Dante Ferretti (Medea, Il Decameron, Ginger e Fred, Il nome della rosa, Intervista col Vampiro, Vi presento Joe Black, Gangs of New York, The Aviator, The black Dahlia, Sweeney Todd, Shutter Island, Hugo Cabret, Cenerentola…)

Con lo sviluppo delle tecnologie, l’utilizzo sempre maggiore di computer grafica ha modificato ulteriormente il mondo della scenografia cinematografica. Sempre più spesso si ricorre alla ricostruzione digitale delle scene, dei paesaggi e delle ambientazioni1.


 
Storia della scenografia

Dante Ferretti (premio Oscar) in un’intervista2 afferma: “noi scenografi siamo architetti delle bugie”.

Ma chi è oggi l’architetto scenografo?

E’ un libero professionista che collabora con aziende televisive, case di produzione cinematografiche, teatri stabili e compagnie teatrali. Si tratta generalmente di un lavoro a tempo determinato. Nella fase di pre-produzione (che si tratti di teatro, cinema o tv) questa figura è fondamentale. In costante rapporto con il regista e lo sceneggiatore, è il punto di riferimento anche per il direttore della fotografia nel cinema, e per il direttore di palcoscenico nel teatro.

Chi si occupa di scenografia oggi in Italia lamenta la mancanza di lavori interessanti: c’è infatti la tendenza, per ragioni economiche, ad allestimenti sempre più sobri e scarni. Il campo televisivo e quello pubblicitario sono più stimolanti3.

Partendo dal presupposto che sia in campo teatrale, televisivo e cinematografico ricreare gli ambienti richiede la conoscenza approfondita delle caratteristiche dei vari materiali utilizzati, vediamo da subito che teatro tv e cinema hanno “esigenze” diverse.

Soffermandoci soprattutto sull’analisi del mondo “virtuale” tipici di cinema e tv, notiamo immediatamente che in televisione il lavoro dello scenografo si relaziona con la telegenicità, mentre nel cinema l’obiettivo principale è in genere evocare nello spettatore sensazioni che a volte possono anche essere subliminali4.


Ponendo attenzione sugli impianti  scenici di alcuni programmi tv, notiamo come, non solo a teatro e al cinema, le scenografie possano essere di qualità. E sicuramente, in campo televisivo proprio perché non si è generalmente vincolati alla ricostruzione storica degli ambienti, si parla maggiormente di novità, innovazione o design.

Spesso ci troviamo di fronte a spazi dove vengono sperimentate luci, colori, forme e dove l’aspetto estetico si fonde con quello funzionale. Lo scenografo televisivo deve prevedere spazi per il pubblico ed i presentatori, spazi per gli operatori di riprese e spazi dedicati al posizionamento delle luci (spesso mimetizzate agli arredi).

Funzionali ed estetici, gli elementi tecnologici sono generalmente abbondanti anche se il telespettatore ne coglie solo una parte. Il passaggio in video altera alcune caratteristiche: i volumi di appiattiscono, i colori cambiano e spesso il progetto scenografico risulta diverso dalla realtà. Progettare uno spazio articolato nei volumi e nei trattamenti materici permetterà anche al Direttore della Fotografia di ottenere più effetti a seconda dei vari momenti della messa in onda5.

Per L’Eredità (Cappellini , Licheni) e LIsola dei Famosi (S. Aldinio – Raidue) è stata usata una resina per pavimenti che ha permesso di ottenere notevoli risultati estetici. Nel L’Isola dei Famosi la decorazione di resina della pedana palcoscenico rialzata è stata coperta da lastre di policarbonato trasparente in modo ricordare l’acqua del mare caraibico. Scelta che ha permesso alla fotografia di intervenire successivamente retro illuminando le lastre di resina.

Allestimenti di design, che puntano alla sperimentazione di materiali, scelte cromatiche e luci, magari anche complessi, devono fare i conti sia con le scelte di autori e registi che con i tempi televisivi. Non è raro che queste scenografie trovino sbocchi anche al di fuori del contesto televisivo. E’ un esempio la poltrona disegnata dalla scenografa Emanuela Zitkowsky per una trasmissione di La Sette, che è stata poi messa in produzione e presentata alla Fiera del mobile di Milano.


La costruzione cinematografica di un set usa elementi d’arredo ed eventualmente di design per rendere visivamente coerente l’ambiente alla storia raccontata.

Il “set design” non deve prevaricare sulla storia, deve essere un valore aggiunto. Ad esempio, in Odissea nello spazio (S. Kubrick, 1968) le rosse poltrone Djinn, di Olivier Morgue (1965) si integrano negli ampi saloni bianche dell’ambientazione. E anche in Arancia meccanica (S. Kubrick 1971), memorabili sono i tavolini del Korova Milk Bar, modellati su figure femminili ispirati alla pop art di Allen Jones.

L’uso dei prodotti di design, serve quindi a sottolineare un particolare significato. L’Aston Martin di James Bond caratterizza il personaggio, così come la poltrona Sacco esalta l’inferiorità dell’imbranato Fracchia verso il suo capo ufficio. In Fight Club (David Fincher 1999) Edward Norton sfoglia ossessivamente il catalogo IKEA dichiarando di esserne diventato schiavo.

La scenografia nel cinema - Fight club e ikea

Alcuni film invece, aggiungono ad allestimenti assimilabili alla nostra realtà, solo pochi elementi per identificare un genere. Spielberg ambienta A.I. Intel- ligenza Artificiale (2001), in un futuro dove l’ambientazione è simile alla nostra, ma la percezione di fantascienza è data anche solo da pochi oggetti come il “letto capsula”.

Utilizzo simile degli oggetti nel film Il dormiglione (Woody Allen, 1973): in un ambiente pseudo futuristico, accanto alle sedie di Verner Pantom troviamo l’ orologio a pendolo “della nonna”, il tutto ricostruito all’interno della Sculptured House.

Esiste anche un utilizzo del design diverso: nei film Austin Powers (Jay Roach, 1997, 1999 e 2002) esplodono colori, stili ed acconciature tipici degli anni ’70. Ogni oggetto è volutamente protagonista del film, volutamente eccessivo ed appariscente.

In conclusione, l’aspetto di un film non può prescindere dal tipo di design scelto dall’autore.  L’oggetto, così, diventa anch’esso uno dei protagonisti.

1Breve storia della scenografia cinematografica: cosa la distingue da quella teatrale, su www.arteitalianaweb.it
2da un’intervista di Alain Elkann su “La stampa” on line, 04/12/2016
3 www.filounioncamere.it
4 Paolo Martegani, Scenografia Tv e Cinema, su host.uniroma3.it
5 Lucia Nigri, Scenografia Tv e Cinema, su host.uniroma3.it
6 Barbara Maio, Scenografia Tv e Cinema, su host.uniroma3.it
06 Set

Allievi in stage sul set di Konchalovsky

Konchalovsky “Il Peccato”

Pochi giorni dopo il suo ottantesimo compleanno, il Maestro Konchalovsky (Leone d’argento alla Mostra del cinema di Venezia1) ha iniziato le riprese di “Il Peccato“, film sulla vita di Michelangelo Buonarroti.

La Scuola Nazionale di Cinema Indipendente, dopo aver ospitato gli “street-casting” del film, è orgogliosa di avere alcuni allievi del corso di Regia/”Tecnico delle riprese e montaggio”, come stagisti sul set (nei reparti: regiaelettricisti e macchinisti).

Proprio in merito ai casting e, di conseguenza, agli attori scelti, Konchalovsky ha dichiarato: “Pochi attori, nel film ci sarà soprattutto gente presa dalla strada. Metà del cast arriva da Carrara: facce fantastiche, personalità forti […] Questi luoghi hanno una storia di indipendenza e facce meravigliose. E poi è un piacere avere a che fare non con attori ma con gente che lavora davvero il marmo: scalpellini, marmisti…2.

Il desiderio del regista, di voler raccontare la vita di un artista e del suo periodo storico è sempre stato vivo da anni. “La scintilla è scattata leggendo il sonetto che Michelangelo invia a Strozzi, ‘Caro m’è ‘l sonno e più l’esser di sasso, mentre che ‘l danno e la vergogna dura…’. Queste due parole, il tradimento e la vergogna mi hanno dato la voglia di capire perché Michelangelo era così pessimista nei confronti del suo periodo storico. È iniziato un viaggio di ricostruzione, degli intrighi politici e storici, della sua vita e del mondo in cui è immerso. Non sono un regista che abbraccia il romanticismo cinematografico, sono più interessato all’odore: dove non c’è odore, non c’è vita. E così mi sono immerso nei fantastici colori, odori, animali, abiti, abitudini per restituire la vita vera di quei tempi durissimi e crudeli3.

Vedi anche:

1 Alla Mostra del cinema di Venezia vince il Leone d’Argento per la miglior regia con “The Postman’s White Nights” (2014) e con “Paradise” (2017). Nel 2002, sempre nell’ambito del festival di Venezia, vince il Leone d’oro – Gran Premio della Giuria con “Dom Durakov – La casa dei matti”.

2 Da un’intervista di Arianna Finos; www.repubblica.it/spettacoli/cinema/2017/08/14/news/andrei_konchalovsky_porto_sullo_schermo_la_vita_di_michelangelo_-173009523/

3 Ivi.

06 Lug

Sguardo sul cinema indipendente americano (Visioni alternative)

Cinema americano

Un aspetto importante di qualsiasi definizione di cinema indipendente, è lo spazio che esso offre all’espressione di visioni politiche, sociali e ideologiche alternative. Il cinema indipendente americano rientra in questa visione.

In questo senso molti film indipendenti scavalcano quel tipo di “riconciliazione illusoria di stampo ideologico1 presente, invece, nei film hollywoodiani, e si pongono, così, come modelli di forme alternative.

Questo tipo di approccio alle tematiche politiche e sociali provoca critiche di ogni tipo ma, allo stesso tempo, attira l’attenzione e, come nel caso della Miramax, si rivela una vera e propria strategia di mercato per aumentare le vendite. In questo senso il settore indipendente americano ha permesso anche a quei gruppi solitamente trascurati o stereotipizzati dal mainstream di hollywoodiano, di esprimersi in maniera libera. I casi più rappresentativi negli ultimi vent’anni riguardano il cinema dei neri e quello degli omosessuali.

I film di nuovi registi neri sono stati una componente importante nel panorama indipendente americano degli ultimi anni ’80 e degli inizi dei ’90.

Lola Darling

Spike Lee, con Lola Darling (1986) si ritiene abbia ispirato un’intera generazione di cineasti.2  La celebrità di cui godette Lee, che costruì una carriera alternando lavori indipendenti a lavori per gli studios, rappresenta il dilemma che si sono trovati ad affrontare i registi afro-americani.

Quasi la totalità delle produzioni di Lee appaiono commerciabili e questo, infatti, contrastò con i lavori molto più radicali dei suoi immediati predecessori, riuniti nel noto gruppo “LA School“. Di questo gruppo: Charles Burnett, Haile Gerima e Julie Dash. Nel rappresentare la vita dei neri americani degli anni ’70, questo gruppo si contrappose all’ondata hollywoodiana della “blaxplotation” (termine formato da black e explotation, indica lo sfruttamento commerciale di film con eroi neri, per un pubblico nero, fenomeno tipico degli anni’70).

La LA School mescolava realismo in stile documentaristico ad un cinema politico – radicale. Influenze delle scuola realistiche, tra cui il  ed il movimento documentaristico sociale britannico (anni ’30) sono particolarmente evidenti in film come Killer of Sheep (C. Burnett, 1077).

Cinema americano - Killer of sheep

In merito alle comunità etniche, la difficoltà di far sentire la propria voce, persino nel settore indipendente, ha riguardato anche le donne, specie quelle di colore. Daughters of the Dust (J. Dash, 1991) è uno dei film che ha raccolto maggiori consensi da parte della critica. Questo però, non è bastato alla Dash per trovare facilmente finanziamenti per i suoi successivi film.

Cinema americano - DaughtersOfTheDust 2

Un altro tra i più significativi fenomeni “alternativi” del cinema indipendente negli anni ’90, fu il New Queer Cinema, il nuovo cinema omosessuale. Il termine fu coniato dal critico B. Ruby Rich per indicare la comparsa di un gruppo di nuovi film a basso costo, provocatori e informali, incentrati su tematiche gay e rivolti ad un pubblico omosessuale e lesbico. 3 Poison (Todd Haynes, 1991), Belli e dannati (Gus Van Sant, 1991), The living End (Gregg Araki, 1992) e Swoon (Tom Kalin, 1992), ne sono alcuni esempi.

Le caratteristiche distintive di questa corrente sono, in primis, le figure dei personaggi che raramente scendono a compromessi con tutto quello che è vicino alla sensibilità eterosessuale e, in secondo luogo, un approccio formale più radicale. 4

Tra i film più provocatori e scandalosi della cinematografia indipendente omosessuale ricordiamo quelli di Gregg Araki . Risonanze socio-politiche mescolate ad aspetti giovanili che mirano allo sfruttamento commerciale. Contenuti e stile provocatori. Quello che nei suoi film colpisce maggiormente è l’estetica dell’eccesso da lui usata, basata su immagini vistose e sovrastilizzate. L’esempio più appariscente è dato dall’uso di colori sgargianti in Doom Generation (1995).

Cinema americano- doom generation

La traiettoria del New Queer Cinema coincide, in gran parte a partire dai primi anni ’90, con quella dell’intero settore indipendente: da innovazione “indipendente” a prodotto commerciale. Per questo Rich parla di “diluizione della qualità” e di “allontanamento dalla forma sperimentale iniziale5.

Il movimento esiste ancora oggi ma in forme decisamente meno provocatorie. Basta paragonare Essere John Malkovich (Spike Jonze, 1999) ai primi film di Araki.

1 G. KING, Il cinema indipendente americano, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 2006.

2 Ivi, p. 251.
3 Ivi, p. 284.
4 Ivi p. 288.
5 B. R. RICH, Queer and Present Danger, in J. HILIER (a cura di), American Indipendent Cinema: A Sight And Sound Reader, British Film Institute, London, 2001.

 

18 Giu

Sguardo sul cinema indipendente americano (La scrittura)

Le sceneggiature

Al di là dei mezzi economici impiegati per realizzare un film indipendente, spesso quella che fa la differenza è semplicemente la sola sceneggiatura.

A volte, il solo fatto che un film, realizzato anche con budget elevati contenga messaggi anti commerciali, fa sì che comunque venga etichettato come indipendente. Ne sono esempio i lungometraggi di John Waters. In Fenicotteri rosa (1972) egli tratta i temi del travestitismo e della diversità alternando comicità e tragedia attraverso il suo grottesco e personale stile.

Sceneggiature Pink-Flamingos

Gran parte dei suoi film esibiscono ciò che alcuni considerano cattivo gusto che, invece per altri non è che puro e provocatorio umorismo. Sono le sue sceneggiature, anticonvenzionali e pungenti a fare di lui un regista indipendente, non la somma di denaro impiegata per girare i suoi film o gli attori famosi da lui utilizzati.

Altre caratteristiche che definiscono un film indipendente sono la mancanza di una forte spinta narrativa e la presenza di una struttura decentrata, simile a quella del cosiddetto “cinema d’autore”. In altri casi, alcune caratteristiche sulla struttura narrativa classica (inizio, sviluppo e conclusione) rimangono comunque centrali, anche quando altri aspetti vengono scardinati, minimizzati o complicati.1

Gummo (Harmony Korine, 1997) è uno dei numerosi film indipendenti che abbandonano in larga misura il significato di intreccio lineare. Il film si apre con le immagini di un tornado seguite dai titoli di testa. Dopo i titoli appare sullo schermo un ragazzino con indosso calzoncini e orecchie da coniglio rosa che, da una passerella pedonale, si diverte ad orinare e a sputare sulle macchine sottostanti. Quest’immagine potrebbe far pensare al pubblico che il “bunny boy” sia il protagonista del film, ma non lo è. Lo si vedrà riapparire in diverse scene del film, ma sempre come personaggio marginale. Tra l’altro la sua presenza, come il suo abbigliamento, risultano a chi guarda inspiegabili.

 Sceneggiature ingummo-

Il regista ha scelto di mostrare i vari personaggi per poi subito abbandonarli, senza chiudere il percorso della loro storia. La storia infatti consiste nella mancanza voluta di elementi che regolino l’intreccio, nell’assoluta assenza di uno sviluppo narrativo convenzionale.2 “Non sopporto gli intrecci, perché non mi pare che la vita ne abbia. Un inizio, una parte intermedia e una fine non esistono e mi dà fastidio quando le cose sono ordinate così perfettamente“, ha affermato Korine in un intervista.3

Mentre la narrazione classica hollywoodiana potrebbe essere descritta come “un’intensa rappresentazione degli aspetti di alcune vite molto particolari in circostanze molto particolari, tralasciando perlopiù le sequenze noiose”4, includere le parti noiose o, addirittura, costruire un film intorno ad eventi “noiosi” è stata, in passato, una tendenza persistente nel settore indipendente. I film di Andy Warhol sono tra gli esempi più evidenti di un cinema in cui lo sviluppo narrativo o è totalmente assente o è ridotto la minimo.

In Empire (1962-63), una ripresa fissa dell’Empire State Building occupa lo schermo per 8 ore!

Le sceneggiature empire - warhol

In Sleep (1963) vediamo dormire per 5 ore il poeta John Giorno.

Le sceneggiature andy-warhol-sleep

Basandosi su differenze più o meno nette si può parlare di “indipendente” anche quando l’opposizione ai cliché narrativi è relativa. Un esempio ne è Groove (G. Harrison, 2000), realizzato con un budget ridotto ma comunque comprensibile e commerciale. Mentre Sydney (P. Thomas Anderson), pur essendo ricco di materiale narrativo, non rispetta le convenzioni hollywoodiane a scapito della scorrevolezza narrativa.

Altro caso ancora, dove l’importanza della narrazione viene sottolineata tramite l’uso di strategie che collegano molteplici fili narrativi diversi, è riscontrabile in Slaker (R. Linklater, 1991). La sceneggiatura è interamente costruita su frammenti micro-narrativi. La struttura è data dalla ripetizione di brevi segmenti collegati tra loro in maniera abbastanza chiara, mentre le storie sembrano non seguire nessun tipo di progressione. Come nel caso di Gummo, la logica seguita potrebbe essere descritta come “giustificazione tematica5 perché  la struttura segue lo stato d’animo dei protagonisti, vittime di un mondo di ossessioni, preoccupazioni, stranezze.

Le sceneggiature memento

Ulteriore scelta quella di operare nella direzione di una “narrazione a più fili“, altra tecnica di difficile comprensione in quanto non rispetta le regole della comunicabilità narrativa, così come la “narrazione a ritroso” (Memento di Nolan, Strade perdute e Mulholland Drive di Linch).

L’allontanarsi dalla forma narrativa classica non è da considerare esclusivamente come rifiuto delle regole hollywoodiane. Gli esempi citati rappresentano soprattutto un modo alternativo di narrare.

1 G.KING, Il cinema indipendente americano, Piccola Biblioteca Einaudi,Torino, 2006.

2 Ivi, p.88.
3 Intervista rilasciata a W. Herzog, Interview,  Novembre 1997.
4 KING, Il cinema indipendente americano, cit. p.88.
5 Ivi, p. 113.
14 Giu

Sguardo sul cinema indipendente americano (Introduzione)

Oggi, il termine “indipendente” appare di difficile collocazione, ma inizialmente, tra la fine dell’ Ottocento ed i prime del Novecento, veniva usato per indicare esclusivamente l’operare di quei produttori che agivano all’ombra delle tre majors dell’epoca: la Edison, la Biograph e la Vitagraph.

Il cinema indipendente americano nacque, quindi, come proposta alternativa alle leggi di mercato imposte dal sistema hollywoodiano. L’anticonvenzionalismo, l’antinarrazione, l’impiego di una strumentazione molto povera, l’esplorazione di nuovi sensi e significati e _non per ultima_ la provocazione, sono le caratteristiche principali delle prime produzioni indipendenti.

Attualmente l’area indipendente delle produzioni cinematografiche americane comprende una vasta varietà di film, da quelli a bassissimo costo fino ad i più audaci esempi di sperimentazione stilistica. La loro caratteristica comune è quella di presentarsi ancora come forme alternative alle grandi produzioni di Hollywood.

Negli ultimi vent’anni i film indipendenti americani sono riusciti a ritagliarsi uno spazio considerevole nel mainstream commerciale.

Alcuni dei maggiori produttori con un passato di indipendenza (es. Miramax e New Line), hanno creato fusioni con case di produzione hollywoodiane (rispettivamente la Disney e Time-Warner), mentre noti registi indipendenti si sono messi al servizio dell’industria cinematografica.1

Per questo il termine “indipendente”, o più precisamente il tipo di produzione che qualifica questa definizione, è costante oggetto di discussione. Intanto, il settore continua a svilupparsi mantenendo una propria identità, sebbene non interamente separabile da quella hollywoodiana.

sex lies videotapes

Con il trionfo dell’opera prima di Steven Soderbergh, Sex, Lies and Videotapes (1992), l’industria cinematografica fiutò il successo di pubblico e critica per questo tipo di produzioni e di conseguenza iniziò a potenziare infrastrutture per finanziare e distribuire prodotti indipendenti. Un esempio è dato dalla nascita delle “indie-major” (come New Line e Miramax). Ci fu così, una rapida e sostanziosa crescita dei budget destinati ai film indipendenti.

Partendo da questa considerazione capiamo come, nell’ampio e variegato mondo del cinema indipendente, le opere veramente indipendenti sono quelle degli anni ’80 e inizi ’90, quando l'”indipendenza” nasceva da una scelta precisa piuttosto che da un’idea di moda come sembra essere oggi.

sognando beckam  se mi lasci ti cancello

Il film Sognando Beckam (G. Chadha, 2002), definito indipendente perché prodotto dalla Fox Searchlight (casa di produzione sussidiaria della 20th Century Fox) fa riflettere su come produrre film definiti indipendenti anche quando non lo sono, oggi sia diventata una moda. Così, anche Sunshine of the Spotless Mind (noto in Italia come Se mi lasci ti cancello) del 2004, è considerato un film indipendente ma vanta: un cast famoso (Jim Carrey e Kate Winslet si sono autoridotti la paga pur di prendere parte al progetto), una sceneggiatura di un autore pluripremiato ed un budget iniziale di decine di milioni di dollari. Forse solo il regista, l’allora sconosciuto Micheal Gondry, rientra proprio per la sua non notorietà nell’ambito di un’ottica indipendente.

Gli esempi appena citati non escludono comunque l’esistenza di realtà davvero indipendenti. E’ vero che molti di questi film si sono rivelati un fallimento in seguito alla proiezione in poche sale, ma è anche vero che, in alcuni casi, sono diventati dei cult grazie alla distribuzione in DVD. E’ il caso di Donnie Darko (R. Kelly, 2001) prodotto dalla

1 G. KING, Il cinema indipendente americano, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 2006.
03 Mag

Fotografia, anima del film. (Ad ogni anima il suo colore…)

Quanto è importante la fotografia per esprimere un messaggio visivo?

Un film non è altro che una sequenza di immagini. Le immagini sono fatte di luce. Quindi, non può esistere immagine visiva se viene a mancare quest’elemento fondamentale.

Il Direttore della Fotografia (DOP) è uno dei più stretti collaboratori del regista. E’ suo il compito di predisporre l’illuminazione delle scene che il regista ha solo creato o immaginato mentalmente.

Come sostiene il critico cinematografico Gianni Canova in un’intervista, i direttori della fotografia sono «i maghi della luce perché sul set di un film il DOP è colui che, manipolando la luce, produce la meraviglia delle immagini in movimento». La luce quindi, è l’essenza del linguaggio cinematografico, materia prima di un film.

Attraverso un preciso posizionamento delle luci si creano atmosfere che, messe insieme, danno vita al racconto cinematografico.

Ogni colore ha uno o più significati, ad esempio il rosso non evoca le stesse emozioni del giallo, così come il nero crea sensazioni differenti dal rosa.

La quantità di luce e le sfumature cromatiche del colore scelto per accompagnare l’intero film sono emotivamente importanti tanto quanto lo è il racconto stesso, possono infatti condizionare lo spettatore nel vivere una determinata emozione come quella della suspense o della gioia.

Fotografia colori

Proviamo a soffermarci sui vari significati dei colori e sulle atmosfere che possono creare:

rosso : è uno dei colori con più significati, può comunicare difatti senso di rabbia, pericolo o morte ma, se inserito in un contesto romantico, può trasformarsi nel simbolo della passione e dell’amore;

arancione: associato spesso alle situazioni esotiche, al calore e all’energia, questo colore se usato nel modo giusto può suscitare anche sensazioni di desolazione e pericolo;

giallo: il più delle volte è legato a pensieri positivi e felicità; è un colore forte ed importante, ma allo stesso tempo capace di rilassare la mente;

verde: il suo significato può cambiare totalmente in base all’ambiente, ad esempio un’ambientazione selvaggia può dare allo spettatore una sensazione di rinascita e speranza. Tuttavia, tonalità di verde all’interno di un ambiente chiuso possono significare noia e monotonia;

viola: è uno dei colori più seducenti, spesso è associato al mistero, all’ambiguità e alla stravaganza;

rosa: anche questo colore cambia significato in base alla tonalità con cui viene usato. Una gradazione pastello può simboleggiare innocenza, giovinezza e purezza d’animo. Se invece la sfumatura è più accesa o tendente al fucsia, il rosa può essere associato alla frivolezza dei personaggi.

blu: è il colore freddo per eccellenza, generalmente accompagna pensieri positivi, tranquillità o un senso di meraviglia. In molti casi il blu può anche rendere l’idea di isolamento e solitudine.

Ci sono direttori della fotografia che si ispirano anche ai grandi pittori e altri che, invece, si ispirano alla visione della realtà quindi alla natura, ai paesaggi.

Bruegel- Lang

La Torre di Babele (Bruegel, 1563)/Metropolis (Lang, 1927)
 Ingres-Godard
Le petite baigneuse (Ingres, 1828)/Passion (Godard, 1982)
  Constable-Kubrick
 Malvery Hall, Warwickshire (Constable, 1809)/ Barry Lyndon (Kubrick, 1975)

Bruegel- Tarkovsky

  I cacciatori nella neve (Bruegel, 1565)/Lo specchio (Tarkovsky, 1975)
 Rockwell-Spielberg
Freedom from fear (Rockwell, 1943)/L’impero del sole (Spielberg, 1987)

 David- Payne

 La morte di Marat (David, 1793)/A proposito di Schmidt (Payne, 2002)

Gli italiani, considerati tra i migliori direttori della fotografia, godono di grande fama e reputazione in tutto il mondo. Tra i tanti poeti della luce nostrani è bene ricordare Otello Martelli (La dolce vita di Fellini); Carlo di Palma che è stato per più di dieci anni il DOP di fiducia di Woody Allen; Vittorio Storaro che ha vinto tre premi Oscar per la fotografia di Apocalypse Now, Reds e L’ultimo imperatore. A tal riguardo è opportuno precisare che Storaro alla dicitura “direttore della fotografia” preferisce quella di “cinematografaro” intendendo con tale termine «colui che lavora nel campo dell’immagine nel cinema».

Attualmente cavalca la cresta dell’onda l’italiano Luca Bigazzi che ha collaborato con registi come Silvio Soldini, Gianni Amelio, Michele Placido e dal 2004 ha stretto un profondo sodalizio con Paolo Sorrentino. Non a caso detiene il record di vittorie del David di Donatello per la miglior fotografia con 7 statuette (Lamerica, Pane e tulipani, Le conseguenze dell’amore, Romanzo criminale, Il divo, This Must Be the Place, La grande bellezza).

di Giulia Eleonora Zeno
21 Apr

Il potere degli effetti speciali

di Giulia Eleonora Zeno

Quando andiamo al cinema è sorprendentemente facile essere rapiti dagli effetti speciali, ma allo stesso tempo è difficile rendersi conto del duro lavoro che si cela dietro alle immagini che vediamo solo per pochi istanti sul grande schermo.

Con il termine effetti speciali (SFX) si intende quindi quell’insieme di tecniche e tecnologie usate in diversi campi, teatrale, televisivo e soprattutto cinematografico, per simulare realtà che altrimenti sarebbero impossibili da realizzare per varie ragioni: tempo, costo o pericolo.

Per citare le parole di Eustace Lycett, vincitore di due premi Oscar ai migliori effetti speciali: Un professore fra le nuvole (1961) e Mary Poppins (1964) entrambi per la regia di Robert Stevenson, un effetto speciale è «qualunque tecnica o trucco che viene usato per creare un’illusione di realtà in una situazione in cui non è possibile, economico o sicuro usare le cose reali»1.

La storia degli effetti speciali per il grande schermo nasce sul finire dell’Ottocento, il regista francese Georges Méliès è considerato, difatti, il pioniere dei primi rudimentali effetti visivi, ottenuti inizialmente con semplici tecniche di montaggio. Egli riuscì a simulare la sparizione di una donna unendo due inquadrature di uno stesso ambiente: nella prima si vedeva la donna, mentre nella seconda solo l’ambiente.

Effetti speciali Melies

Gli effetti si sono poi raffinati via via con le nuove tecniche di ripresa, gli anni Trenta ad esempio sono noti per lo stop motion (o passo uno); negli anni Sessanta invece si ricorreva spesso all’uso di “miniature”, ossia riproduzioni in scala ridotta di ambienti o oggetti di grandi dimensioni. Un’importante svolta avvenne a partire dagli anni Settanta, si iniziò infatti ad utilizzare i cosiddetti “animatroni” ovvero sistemi meccanici ed elettronici piuttosto complessi comandati a distanza in grado di compiere dei movimenti. A tal riguardo è opportuno ricordare Carlo Rambaldi, il mago italiano degli effetti speciali che ha vinto 3 premi Oscar, il primo nel 1977 grazie al film King Kong per il quale realizzò un gorilla alto 12 metri utilizzando proprio la tecnica della meccatronica; il secondo per Alien nel 1980 e, infine, il terzo ed ultimo Oscar è arrivato nel 1983 per E.T., la sua creatura più famosa, realizzata con tre diversi modelli elettronici e meccanici.

Successivamente alla fine degli anni Ottanta l’avvento della computer grafica ha rivoluzionato completamente il mondo degli effetti speciali.

Appare chiaro quindi che gli SFX si dividono essenzialmente in due categorie: effetti visivi ed effetti sonori; in particolare gli effetti visivi si suddividono a loro volta in effetti fisici o meccanici ed effetti digitali.

Gli effetti fisici, in voga soprattutto fino agli anni Ottanta, sono realizzati e costruiti fisicamente per la messa in scena durante le riprese: mostri di lattice, miniature in scala ridotta, esplosioni, sparatorie, incendi, etc.;

Gli effetti digitali, invece, sono generati tramite il computer che, elaborando le immagini girate, aggiunge, taglia o modifica gli elementi presenti nell’inquadratura, dallo sfondo ai personaggi, al più piccolo dettaglio. Venuti alla ribalta a partire dagli anni Novanta, tali effetti permettono ai registi di creare vere e proprie scene in post-produzione con maggiore possibilità di controllo: si possono infatti realizzare scenografie virtuali partendo da zero, battaglie con migliaia di comparse digitali animate da specifici software, mostri o animali di tutte le dimensioni, nonché scene d’azione molto suggestive che coinvolgono attori reali e creature digitali.

Gli effetti sonori, invece, riguardano ovviamente l’audio e sono realizzati attraverso varie tecniche, per esempio la registrazione di rumori artificiali da sovrapporre in un secondo momento alle immagini, la simulazione sonora di un evento ecc.

A tal proposito i programmi più quotati per lavorare in post-produzione sono DaVinci e After Effects.

DaVinci è stato progettato in collaborazione con gli studios di Hollywood, ed è diventato da oltre trent’anni lo standard nella post-produzione; è il programma di riferimento nel mondo cinematografico soprattutto per la correzione colore, permettendo di lavorare ad alte prestazioni anche in tempo reale direttamente sul set.

After Effects, firmato Adobe, è considerato dai più come il completamento ideale per l’applicazione di effetti speciali soprattutto se si utilizza Adobe Premiere come programma di montaggio; inoltre, essendo presente nella suite Adobe CC, permette di aggiungere o modificare effetti anche tramite gli altri prodotti Adobe come ad esempio Photoshop o Illustrator.

1Verso una tecnologia dell’immaginazione di Giorgo Cremonini, in Carlo Rambaldi e gli effetti speciali, AA.VV.,San Marino, 1997, pag. 89.

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